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Le modalità e il numero di volte in cui si perde la calma variano da persona a persona. Tanti i fattori che distinguono i diversi stili di manifestare una scocciatura. Diverse le necessità ci spingono a farlo. Su tutto questo pesa inevitabilmente il ruolo sociale della persona verso cui manifestiamo disappunto.

Bene, arrivati a questo punto vi sarà chiaro che se dovessimo stilare una casistica delle diverse situazioni, non basterebbe un corposo manuale e soprattutto credo che sarebbe di poca utilità. Ma c’è qualcosa che possiamo brevemente affrontare in un articolo su LinkedIn, qualcosa che ci accomuna.

La rabbia è un’emozione universale, una delle poche che finora sono state riconosciute come comuni a tutti gli esseri umani (e non solo) da ogni lato del globo. Un’emozione è una risposta motoria, fisica, che prevede un’alterazione della nostra chimica interna mediante il rilascio di uno specifico neurotrasmettitore. Nel caso della rabbia la norepinefrina (o noradrenalina).

Un’emozione è una risposta ad uno stimolo che avviene in maniera inconsapevole, non controllabile. Perché ad alcuni di noi si attivi in maniera più frequente rispetto ad altri è materia che ha ancora numerose controversie. Ci serva questo dato però per capire: chi per natura è portato ad essere sollecitato più di frequente in questo tipo di risposta, per quanto abbia imparato ad avere un comportamento socialmente accettabile, non potrà fare a meno in quei casi di subire questa alterazione interna.

L’essere scontrosi, indisposti, sgarbati, sono sfumature di questa emozione. Ci si viene a trovare nella condizione di non riuscire ad essere gentili, subendo le successive ricadute sulla propria immagine. Qui si attivano dei meccanismi che invece possiamo controllare.

Per proteggere la nostra immagine difatti spesso ricorriamo ad un meccanismo di difesa chiamato razionalizzazione. In breve spieghiamo prima a noi stessi a gran voce e poi a chi ci circonda le ragioni che ci hanno portato ad essere scontrosi. Ragioni che spesso non reggono, ma che giustificano prima di tutto ai nostri occhi la ragione della nostra scontrosità.

In breve ci sentiamo di dover dimostrare che in quel momento era nostro diritto essere scontrosi. Dobbiamo sentirci di aver ragione, che la nostra reazione è giusta. Ma un’emozione non è né giusta né sbagliata, semplicemente esiste, sia che ci concediamo di mostrarla sia che ci vietiamo di farlo. Come ho detto nel titolo di questo articolo essere scontrosi di per sé è un diritto (un po’ come prendere un raffreddore), non c’è alcun bisogno di complicarci la vita con spiegazioni che poi dovremmo continuare a sostenere in maniera spesso goffa.

Un’emozione difatti ha un carattere transitorio. La rabbia passa e sbollisce spesso molto velocemente. Di più: meno viene fomentata da argomenti che hanno il solo scopo di giustificarla di fronte al tribunale dei nostri simili e più velocemente saremmo in grado di tornare in noi stessi e di ricucire quello strappo momentaneo.

Viceversa fornendo ragioni della nostra scontrosità rischiamo, soprattutto per coloro che sono più soggetti a queste manifestazioni, di assumere la poca gentilezza come stile da cui ci rimane impossibile liberarci. Ci affanniamo continuamente a trovare spiegazioni plausibili dei nostri comportamenti.

Ma se io prendo per assunto che l’essere scontrosi è un diritto di per sé, quindi che non devo giustificare o spiegare, posso concedermi benissimo di tornare ad essere gentile non appena è passato il momento critico, riguadagnando punti verso chi mi circonda.

Certo è il caso di sfumare. I cambi di umore troppo repentini spesso vengono interpretati come frutto di una personalità disturbata, anche se sono più comuni di quanto crediamo. Ma credo che in un ambiente di lavoro sereno sia più auspicabile un caffè preso insieme dopo un’oretta dal momento critico che un muso prolungato per giorni. 

Concludendo vale la pena di far notare che un diritto va fatto valere ogni volta che se ne ha la necessità. Un gruppo di ragazzini che seguivo a seguito di una lezione di educazione stradale apprese che attraversare sulle strisce pedonali era un loro diritto. Trascorsero il pomeriggio successivo bloccando il traffico a più riprese facendo avanti e indietro sulle strisce pedonali, per gioco, per dispetto, perché erano ragazzini di 12 anni. Apparentemente non stavano infrangendo nessuna legge, però potremmo dire che stavano abusando di un diritto. Teniamolo a mente.