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 Stanislav Petrov, l’uomo che vedete in foto, il 26 settembre del 1983 ha salvato il mondo. Era in turno in un bunker vicino a Mosca, con il compito di segnalare un eventuale attacco missilistico da parte degli Stati Uniti. Poco dopo la mezzanotte appaiono sul radar 5 missili diretti verso l’Unione Sovietica.A quel punto il suo compito era informare i vertici militari. Da li sarebbe potuta partire una rappresaglia che avrebbe portato a conseguenze catastrofiche. I rapporti tra le due superpotenze erano tesissimi. Il vantaggio tecnologico statunitense era ormai appurato e la voglia di rivalsa dello stato maggiore russo avrebbe potuto giocare un bruttissimo scherzo a tutti noi.

Proprio il fatto che la tecnologia russa era ormai obsoleta spinse Stanislav a non alzare subito la cornetta. Esitò un attimo, conscio delle conseguenze. In quell’attimo si pose una domanda: “Perchè gli Stati Uniti, con la loro potenza di fuoco ci attaccano con soli 5 missili, dandoci la possibilità a nostra volta di scatenare il nostro di arsenale?”

Alla fine chiamò e mentì. Altri radar avevano intercettato il segnale ma lui aveva l’ultima parola. Disse che si trattava di un falso allarme. Passò una mezz’ora d’inferno. Poi tutto tacque, i segnali semplicemente sparirono. Si venne a sapere poi che si trattava di un allineamento di pianeti che interferiva coi segnali dei satelliti.

In seguito “per motivi non legati al fatto” venne allontanato dalle forze armate sovietiche. Venne insomma punita in qualche maniera la sua disobbedienza. Questo racconto mi spinge a porre alcune domande. In un caso come questo solo dei folli possono non insignire questa persona dei più alti meriti, proprio perché ha saputo disobbedire.

Saper disobbedire non è inteso qui nell’accezione di “aver coraggio di” ma proprio in senso letterale: l’aver capito il quando ed il come era opportuno uscire dallo schema. Sarebbe stata da elogiare proprio la componente umana, in grado di prendere una decisione fuori dagli schemi. Ed assumersi un’immensa responsabilità.

Tutti vorremmo avere dei collaboratori come lui. Ma siamo disposti ad educare i nostri sottoposti alla disobbedienza? Come possiamo farlo?

Consigli pratici:

-Raccontate questa storia (o storie simili a questa) ai vostri collaboratori, non leggetegliela, raccontategliela di persona, così come la ricordate. Si tratta di momenti attraverso cui molti di noi sono passati e condividere racconti è un buon modo per condividere visioni;

-Analizzate la disobbedienza di un vostro collaboratore, quando si presenta ed è inopportuna, senza giudicarla. Con una formula del tipo: “Bene, spiegami cosa ti è passato per la testa, punto per punto”. Qui l’obiettivo di entrambe è condividerne la logica. Quello che dovreste provare non sarà rabbia, ma passione per il pensiero (se siete furibondi lasciate stare per carità!). Da qui tornate con la mente a quando lo avete fatto anche voi (perché anche voi l’avete fatto!) e cercate di capire se condividete l’azione e potete accettarla.

-Tenete a mente che nessuna formula può insegnarci la proattività. Se ci fosse un modo per farlo cesserebbe di essere proattività.