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Mi rendo perfettamente conto che il titolo non è dei più diplomatici o politicamente corretti. Tutti però abbiamo ben presente la situazione in cui ci troviamo a dover spiegare una procedura a qualcuno che non riesce a comprenderla. In quelle situazioni non ci capacitiamo affatto dell’inefficienza della persona a cui ci rivolgiamo. Pensiamo che abbia un ritardo nella comprensione e che per l’appunto ci ritroviamo di fronte ad un imbranato.

L’emozione che proviamo generalmente in un primo momento è una certa rabbia dovuta al fatto che non riusciamo ad accettare che chi mi sta di fronte non sia veloce quanto mi aspettavo nel comprendere ciò che sto spiegando. Successivamente nel caso si protragga la situazione, la rabbia lascia il posto ad altre emozioni. Constatando che i nostri sforzi sono stati vanificati da un alunno che nella vita mai riuscirà a combinare nulla di buono e che per ragioni che mi sono oscure è riuscito ad ottenere un posto di lavoro, comincerò a provare pietà e pena.

Quello di cui invece non ci rendiamo conto è che molto spesso è il nostro modo di insegnare a presentare delle lacune. Quando si tratta di passare delle competenze a qualcun altro generalmente diamo per scontati dei passaggi logici che ormai per noi sono diventati abitudine.

L’abitudine è il modo in cui il nostro cervello economizza le azioni in vista degli obiettivi. In breve, quando io apprendo qualcosa di nuovo inizialmente porrò attenzione ad ogni singolo passaggio in modo da capire per filo e per segno come quel passaggio va eseguito. Poi con la pratica ogni singola azione diventerà automatica, al punto in cui ne perdiamo la consapevolezza. Assieme alla consapevolezza perdiamo anche il ricordo dei passaggi che mi sono serviti per apprendere.

Quando dobbiamo spiegare una procedura, siamo chiamati a destrutturarla. In questo senso tentiamo di ripercorrere le nostre azioni e spiegarle in modo che un’altra persona possa a sua volta svolgerle. L’idea che abbiamo quando siamo chiamati a formare è più o meno: “L’avrò fatto milioni di volte, quanto ci vorrà a spiegarlo”. Bene quest’idea fa sì che in realtà il vero imbranato sia il formatore.

Approcciarsi ad un esercizio didattico senza aver preparato appunto la didattica è come partire per un viaggio in macchina senza aver gonfiato le gomme: consumeremo tanta benzina e ci impiegheremo molto più tempo. Chiaramente è molto più semplice dire che la macchina è un catorcio o dare la colpa a chi non tiene in ordine le strade. Non avremo però risolto il problema.

Come preparare una buona spiegazione o un buon metodo formativo è questione che non si può esaurire in un articolo di LinkedIn, possiamo però tenere a mente alcuni passaggi.

Innanzitutto evitare di far sentire il nostro allievo o allieva un imbranato/a. Questo può avvenire sia tramite un atteggiamento aggressivo o scocciato sia tramite un atteggiamento troppo materno e comprensivo. Molto meglio centrare l’attenzione sull’obiettivo: Tizio deve apprendere la procedura. Focalizzandosi su questo obiettivo il formatore deve mettercela tutta per capire come spiegarsi al meglio (avrei potuto scrivere semplicemente “spiegarsi” invece di “capire come spiegarsi” ma volevo porre l’accento sul processo di comprensione che in quel momento si deve attivare anche nel formatore). Seguendo l’esempio anche l’allievo sarà spronato a fare altrettanto. Se invece si sente inadeguato al ruolo l’unico suo obiettivo sarà far finire il momento di frustrazione il prima possibile: dirà di sì e farà finta di aver capito.

Preparare il momento della spiegazione in anticipo. Ritagliarsi un tempo ed un luogo dove ci si possa mettere nei panni di chi è completamente digiuno della materia. A questo punto ripercorrere mentalmente tutti i passaggi necessari dall’inizio della procedura. In questa fase possiamo anche identificare delle azioni che potrebbero essere svolte in maniera differente da come li svolgiamo noi.

Buona docenza a tutti!